C’è una parola che da qualche tempo comincia a sentirsi nelle conversazioni tra medici, formatori, ricercatori e giovani studenti di sanità digitale: metaverso.
Un termine che sembra appartenere più al linguaggio dei gamer o degli ingegneri informatici, ma che in realtà sta bussando alle porte degli ospedali, delle università e delle nostre stesse relazioni di cura.
La prima volta che me ne sono occupata sono rimasta affascinata perché, per me medico “umanista”, era sorprendente che il reale e il virtuale, si potessero coniugare in un insieme che meraviglia e incanta.
Il fascino del metaverso nasce da qui: dal suo essere confine e promessa, soglia e possibilità.
È lo spazio dove il reale e il virtuale si incontrano, non per escludersi, ma per generare nuove forme di presenza, nuove modalità di esperienza, nuove dimensioni di empatia.
Mi sono immaginata, da studentessa, indossare un visore e trovarmi catapultata in una sala operatoria virtuale, circondata da colleghi- avatar e strumenti digitali perfettamente riprodotti e mi sono “innamorata” di un futuro che è già oggi.
Ogni gesto, ogni parola, ogni decisione diventa un’occasione per apprendere, senza rischio per il paziente, ma con la stessa intensità emotiva del reale.
Il metaverso permette di imparare, di sbagliare, di tornare indietro, di osservare da più punti di vista.
È un laboratorio esperienziale dove la formazione sanitaria si trasforma da lezione a vita simulata, da teoria a immersione.
Non è più l’aula a contenere l’esperienza, ma l’esperienza a diventare aula.
Il fascino del metaverso non è solo tecnologico, il suo fascino è anche profondamente umano.
Quando due avatar si incontrano in uno spazio digitale, non è solo la loro rappresentazione grafica a comunicare: è la nostra mente che costruisce ponti, è la nostra immaginazione che crea una vera relazione.
In questo senso, il metaverso reinventa l’incontro, rendendolo “realmente” virtuale e non ne toglie la profondità umana.
Permette di creare empatia a distanza, di condividere uno sguardo anche quando i chilometri separano, di generare senso di appartenenza in comunità disperse nello spazio fisico, ma unite nel progetto di cura.
Siamo diventati “globali”, tecnologici, ma non vogliamo perdere l’umanità che è un valore insostituibile.
Il metaverso mi ha fatto scorgere anche una sua dimensione poetica che la sanità non può ignorare.
Nel metaverso, il corpo del paziente e quello del curante possono trovare nuove forme di presenza e di ascolto.
Si possono immaginare percorsi riabilitativi immersivi, dove il paziente esplora paesaggi di luce e suoni per ritrovare fiducia nel proprio corpo.
Si possono creare ambienti terapeutici in cui la paura dell’ospedale si dissolve in un giardino digitale, o dove un bambino in cura oncologica incontra il suo medico in uno spazio magico, rassicurante, lontano dall’odore dei disinfettanti e dai rumori metallici delle corsie.
Il fascino del metaverso è dunque anche una sfida etica.
Ci obbliga a chiederci dove finisce l’uomo e dove inizia la macchina, che cosa resta autentico quando la relazione si svolge in uno spazio senza gravità.
Ma forse è proprio in questo interrogarsi che il metaverso rivela la sua potenza: ci costringe a riflettere sul valore della presenza, sul significato della cura, sulla responsabilità che accompagna ogni gesto digitale.
La tecnologia non sostituisce l’umanità, ma la costringe a ridefinirsi.
Nelle corsie del futuro mi immagino di vedere non solo camici e stetoscopi, ma anche visori, sensori, ambienti immersivi.
Eppure, ciò che continuerà a fare la differenza sarà lo sguardo, la parola, il respiro condiviso tra chi cura e assiste e chi è curato.
Il metaverso potrà amplificare, non sostituire, questa sintonia profonda.
È come se ci trovassimo davanti a una nuova dimensione del possibile: una medicina che non rinuncia alla concretezza del corpo, ma che apre un varco verso una comprensione più ampia dell’esperienza umana.
Forse il fascino del metaverso nasce proprio da questo paradosso: più ci immergiamo nel virtuale, più sentiamo il bisogno del reale e dell’umanesimo.
Più esploriamo mondi digitali, più desideriamo il contatto autentico, la presenza viva, la voce vera.
E allora, forse, la vera sfida non sarà quella di costruire ospedali nel metaverso, ma di costruire un metaverso dell’anima, dove la tecnologia non diventi muro ma ponte, non schermo ma sguardo, non fuga ma ritorno.
Il metaverso non è un altrove: è una nuova dimensione del qui.
Un laboratorio dove la scienza incontra la meraviglia, dove la medicina si fa esperienza, dove la cura diventa viaggio. Ed è in questo viaggio che la sanità del futuro può riscoprire la sua essenza più antica: la capacità di immaginare, di avvicinare due anime, di guarire anche attraverso la relazione.
Perché, in fondo, il fascino del metaverso è lo stesso fascino del curare: un atto “d’amore” che unisce mondi diversi, quello reale e quello virtuale, in un unico orizzonte umano.
Io voglio credere che sia possibile “una riscoperta dell’umano pur immersi nella più alta tecnologia, perché solo così la “macchina non dominerà il mondo ma sarà portatrice di venti favorevoli e nuovi.
Bibliografia
- Huynh-The T., Pham Q.-V., Pham X.-Q., Nguyen T.T., Han Z., Kim D.-S., Artificial Intelligence for the Metaverse: A Survey, arXiv preprint 2022.
- “Metaverso: l’evoluzione della medicina e dei servizi sanitari”, estratto disponibile, Editore Aracne.
- “Il metaverso e la medicina: la prevenzione delle malattie croniche, la radiologia, la chirurgia, la formazione dei medici”, articolo su Cuore e… del 17 marzo 2023
- “Metaverso in Sanità: esempi, tecnologie e soluzioni”, Health Tech 360, 14 dic 2022.
- “Metaverso e benessere mentale: quali rischi si corrono e come superarli”, su AgendaDigitale, 4 maggio 2022.
- Vaiani R., Lezione «Sistemi Complessi, Intelligenza Artificiale, Metaverso e Telemedicina», Master Scienze Motorie Adattate, Università e-Campus, 23/01/2025.
- Vaiani R., lezioni magistrali- Università e-Campus, “Economia e gestione dei sistemi complessi”, 2010.

Comments